Dispepsia funzionale: quali approcci nutrizionali in assenza di linee guida?

Donna a pranzo con dolore epigastrico

Si stima tra il 5% e il 40% della popolazione, soprattutto nel mondo occidentale, soffra di dispepsia funzionale (1), una condizione complessa e multifattoriale che letteralmente significa “difficile digestione” e per il cui trattamento non esistono ad oggi linee guida né protocolli universalmente riconosciuti. Una revisione recentemente pubblicata su World Journal of Gastroenterology ha analizzato i più importanti studi indaganti le associazioni tra dieta e dispepsia (2), con l’intento di offrire una panoramica dei possibili approcci nutrizionali e fornire un supporto evidence-based alla pratica clinica.

Come riconoscere la dispepsia funzionale?

I sintomi della dispepsia funzionale, eterogenei e localizzati perlopiù a livello gastroduodenale, spaziano ad esempio dal gonfiore addominale, al bruciore di stomaco, alla nausea, e si verificano nella maggior parte dei casi contestualmente al consumo di pasti (2).

Secondo i criteri di Roma III, in base ai sintomi, esisterebbero 2 diversi tipi di dispepsia funzionale: la “sindrome da sofferenza postprandiale” (PDS), caratterizzata da pienezza postprandiale e sazietà precoce, e la “sindrome da dolore epigastrico” (EPS), caratterizzata da dolore o bruciore epigastrico indipendentemente dai pasti (3). A livello clinico tuttavia, le 2 condizioni non sarebbero sempre semplici da distinguere, e anche a livello terapeutico, non è chiaro se gli approcci debbano essere diversi (2).

A rendere il quadro ancora più complesso, vi è la sovrapposizione della dispepsia funzionale con altri disturbi, tra cui reflusso gastroesofageo, sindrome dell’intestino irritabile, sindrome da dolore cronico (4) o ancora ansia e stress (5).

Le strategie per il trattamento della dispepsia funzionale

Le evidenze disponibili circa gli effetti specifici alimenti e/o nutrienti sullo sviluppo dei sintomi sono ad oggi limitate. In questo contesto, proliferano approcci nutrizionali non standardizzati, di natura empirica, e non è raro che i pazienti ricorrano autonomamente a diete di esclusione, rafforzando la percezione di “essere intolleranti” ad alcuni alimenti e innescando meccanismi, come l’ipervigilanza e l’anticipazione dei sintomi, alla base della fisiopatologia della dispepsia, esponendosi così anche a un maggiore rischio di squilibri nutrizionali (2).

Sebbene non vi siano ad oggi linee guida per il trattamento di questo disturbo, poiché molti pazienti riconoscono i pasti come fattori scatenanti, l’approccio terapeutico di prima linea è basato su modifiche della dieta e dello stile di vita (2).

La revisione pubblicata su World Journal of Gastroenterology e condotta da un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Napoli Federico II ha analizzato la letteratura esistente sul tema allo scopo di supportare la pratica clinica nell’attesa dello sviluppo di linee guida puntuali. Ecco le principali evidenze emerse.

Apporto calorico

Secondo alcune evidenze, più che l’apporto calorico in sé, sarebbero cruciali nell’innescare i sintomi il volume del pasto e la conseguente distensione gastrica. In questo senso, il consumo di pasti piccoli e frequenti potrebbe essere utile (2). 

Composizione nutrizionale

Proteine, carboidrati e grassi sembrano tutti coinvolti nello sviluppo dei sintomi, anche se i grassi lo sarebbero particolarmente. Il ruolo di questi ultimi è stato particolarmente studiato e pare che un pasto ad alto contenuto di grassi, sia rispetto ad un pasto ipocalorico che ad uno isocalorico ad alto contenuto di carboidrati, possa indurre maggiore nausea, dolore e senso di pienezza, presumibilmente per l’effetto dei grassi nel ritardare lo svuotamento gastrico e nel determinare il rilascio della colecistochinina, ormone anoressizzante che aumenta la sensibilità a livello gastrico (2).

Inoltre, alimenti ad alta concentrazione di glutine o di FODMAP (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi fermentescibili e polioli) sono ritenuti i maggiori responsabili della sintomatologia (2). Nel caso dei FODMAP, il problema potrebbe risiedere nella fermentazione a livello intestinale e nella ritenzione idrica, mentre nel caso del glutine, essendo generalmente presente anche in alimenti ad alto contenuto di FODMAP, non è possibile distinguere esattamente l’effetto ed ipotizzare un meccanismo (2).

Alimenti specifici

Nonostante le evidenze sui grassi, le mandorle non sembrano aggravare i sintomi, forse per via dell’alto contenuto in triptofano, precursore della serotonina, neurotrasmettitore coinvolto nella modulazione della motilità gastrica; sembra inoltre che la stimolazione dei recettori serotoninergici possa facilitare lo svuotamento gastrico e alleviare i sintomi della dispepsia (2).

Pepe e peperoncino, al contrario, acuirebbero la sintomatologia, forse per via della capsaicina, alcaloide in grado di indurre iperalgesia (2). Nonostante questo, un piccolo studio randomizzato ha evidenziato una certa efficacia della somministrazione cronica di peperoncini in polvere (Capsicum annuum) nella riduzione dell’ipersensibilità viscerale e nel miglioramento di sintomi come dolore gastrico, pienezza e nausea (2).

Tra gli alimenti meglio tollerati dai pazienti con dispepsia funzionale sembra esserci il riso e la ragione, anche se sarebbero necessari più studi a riguardo, potrebbe essere appunto il minor contenuto di FODMAP rispetto al grano (2).

Semi di cumino, mele e mele cotogne potrebbero avere effetti positivi sui sintomi della dispepsia, anche se poco si sa della loro attività fisiologica (2).

Un altro alimento potenzialmente ‘benefico’ sarebbe lo zenzero, grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e al suo effetto sulla motilità gastrointestinale: i suoi polifenoli, inibendo alcuni recettori, migliorerebbero la motilità gastrica riducendo anche nausea e vomito (2).

Abitudini alimentari

Per quanto riguarda le abitudini alimentari, un recente studio condotto in Cina ha mostrato che anche abitudini come saltare i pasti, mangiare a orari irregolari, fare spuntini notturni e cenare fuori casa sarebbero associate a dispepsia funzionale (2). 

  1. Mahadeva, S., & Ford, A. C. (2016). Clinical and epidemiological differences in functional dyspepsia between the East and the West. Neurogastroenterology & Motility, 28(2), 167-174., .
  2. Pesce, M., Cargiolli, M., Cassarano, S., Polese, B., De Conno, B., Aurino, L., … & Sarnelli, G. (2020). Diet and functional dyspepsia: Clinical correlates and therapeutic perspectives. World Journal of Gastroenterology, 26(5), 456.
  3. Tack, J., & Talley, N. J. (2013). Functional dyspepsia—symptoms, definitions and validity of the Rome III criteria. Nature reviews Gastroenterology & hepatology, 10(3), 134.
  4. Ford, A. C., Marwaha, A., Lim, A., & Moayyedi, P. (2010). Systematic review and meta-analysis of the prevalence of irritable bowel syndrome in individuals with dyspepsia. Clinical Gastroenterology and Hepatology, 8(5), 401-409.
  5. Ford, A. C., Forman, D., Bailey, A. G., Axon, A. T., & Moayyedi, P. (2007). Initial poor quality of life and new onset of dyspepsia: results from a longitudinal 10-year follow-up study. Gut, 56(3), 321-327.

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