Fibre prebiotiche: un alleato nel controllo del peso e delle “malattie del benessere”

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Sembra che una maggior assunzione di carboidrati fermentabili non digeribili, o fibre “prebiotiche”, nelle persone in sovrappeso o obese, partecipi non solo alla riduzione del peso, ma anche del colesterolo (totale e LDL), della pressione arteriosa e di altri fattori caratterizzanti la sindrome metabolica, fattori di rischio anche per lo sviluppo di altre malattie cardiovascolari. Ad evidenziarlo è una metanalisi recentemente pubblicata su Nutrition Reviews che raccoglie i risultati di diversi studi randomizzati controllati dove i pazienti sono stati sottoposti ad un follow-up di almeno due settimane (1).

Cosa sono i carboidrati fermentabili non digeribili?

I carboidrati fermentabili non digeribili, o fibre fermentabili o “prebiotiche”, sono un gruppo eterogeneo di polisaccaridi e oligosaccaridi costituenti le fibre alimentari, resistenti alla digestione e all’assorbimento da parte dell’organismo e metabolizzati dal microbiota intestinale. Quest’ultimo è in grado di fermentare questa tipologia di carboidrati producendo metaboliti come, ad esempio, gli acidi grassi a corta catena, noti per il loro ruolo nella mitigazione dell’infiammazione metabolica, nel regolare la sazietà e nel controllare la glicemia (1).
Questi composti, dunque, potrebbero essere definiti come “nutrimento per il microbiota intestinale”, che grazie alla loro presenza, può essere modulato e regolato promuovendo così la diversità microbica, che a sua volta influisce su regolazione del metabolismo energetico, omeostasi intestinale e produzione di metaboliti che partecipano attivamente alle risposte immunitarie. Tra le fibre fermentabili sono soprattutto noti i galatto-oligosaccaridi (o GOS, presenti nel latte materno e negli yogurt) e i frutto-oligosaccaridi (o FOS, presenti nelle Liliaceae, nelle banane, nella segale e nel frumento), con ruolo prebiotico principalmente sul microbiota del colon (2).

I risultati della meta-analisi

Tra le 6232 pubblicazioni analizzate sono stati raccolti i risultati di 77 studi randomizzati e controllati per un totale di 4535 partecipanti.
I partecipanti avevano un BMI medio al basale di 29,5 kg/m2 e un peso corporeo di 85 kg. Metà del campione, inoltre, non presentava altre complicazioni, mentre alcuni degli studi includevano pazienti con presenza di patologie correlate, tra cui dislipidemia, iperglicemia, pressione elevata e diabete di tipo 2.
A seguito dell’analisi statistica è stato possibile osservare come una maggior assunzione di carboidrati fermentabili non digeribili nei pazienti obesi o in sovrappeso fosse significativamente efficace nel ridurre l’indice di massa corporea di 0,280 kg/m2 , il peso di 0,501 kg, la pressione  sistolica di 1,725 mmHg, il colesterolo totale di 0,36 mmol/L e le lipoproteine a bassa densità di 0,385 mmol/L, con prove di qualità moderata-alta (1).
I risultati della meta-analisi forniscono così un ulteriore supporto circa il ruolo che i carboidrati fermentabili non digeribili rivestono nella prevenzione dalle “malattie del benessere” tra cui anche sovrappeso e obesità.
I vantaggi che si possono ottenere, tuttavia, devono tener conto anche dei potenziali effetti avversi legati al consumo di NDFC, come l’aumento del gonfiore addominale e i possibili sintomi gastrointestinali, nonché il dosaggio necessario per svolgere la funzione prevista che potrebbe superare la tollerabilità individuale e la palatabilità dei diversi pazienti. Per tal ragione, prima di adottare un regime dietetico che privilegi il consumo di alimenti ricchi in fibre fermentabili, è consigliato consultare un esperto in grado di consigliare la strategia più adatta alle necessità del singolo paziente.

1. Xu, B., Cao, J., Fu, J., Li, Z., Jin, M., Wang, X., & Wang, Y. (2022). The effects of nondigestible fermentable carbohydrates on adults with overweight or obesity: a meta-analysis of randomized controlled trials. Nutrition reviews, 80(2), 165-177.
2. Chakraborti, C. K. (2015). New-found link between microbiota and obesity. World journal of gastrointestinal pathophysiology, 6(4), 110.

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